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Curva Sud dei tifosi della Roma allo Stadio Olimpico piena di bandiere giallorosse

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1974-1991

Bruno Conti, il mancino di Nettuno che doveva lanciare in America

Il numero 7 di Roma e del Mundial

A Nettuno, alla fine degli anni Sessanta, c'era un ragazzino mancino che lanciava una palla da baseball. Aveva debuttato nel massimo campionato nel 1969, e a quindici anni da Santa Monica, in California, qualcuno lo voleva portare negli Stati Uniti. Il padre disse di no. Se la storia del calcio italiano ha un momento che nessuno festeggia, è quello. Da quel rifiuto nacque il numero 7 della Roma.

Bruno Conti era nato il 13 marzo 1955 in una città sul mare che chiamano del baseball, e il pallone arrivò dopo, sui campi di Anzio. Fu una strada in salita, di quelle che sembrano scritte da un romanziere con poca fantasia. Lo scartarono la Roma, il Bologna, la Sambenedettese. Il motivo era sempre lo stesso: tecnicamente bravo, fisicamente no. Helenio Herrera, che di calciatori se ne intendeva, lo giudicò inadatto per fisico. Il calcio degli anni Settanta non sapeva ancora che cosa farsene di uno così piccolo.

Il ragazzo mandato al Genoa

Fu la Roma, alla fine, a ricredersi. Il 10 febbraio 1974, con Liedholm in panchina, esordì in Serie A contro il Torino, uno 0-0 all'Olimpico. Poi lo mandarono a farsi le ossa a Genova, due stagioni in prestito in due riprese. In quella del 1975-76 giocò con Roberto Pruzzo e vinse la Serie B, e Gigi Simoni gli diede il numero 7. Il destino, a volte, ha il senso dei particolari: il suo compagno di quel Genoa sarebbe stato poi il centravanti dello scudetto.

Il mancino di Nettuno giocava a destra, e fu proprio lì, con il piede invertito, che Liedholm lo trasformò in un'arma. Il dribbling fece il resto. Nel 1982-83 fu una delle ragioni per cui la Roma tornò campione d'Italia dopo quarantuno anni.

Madrid, 11 luglio 1982

Ma l'estate che lo portò nella memoria di tutti, e non soltanto dei romanisti, è quella precedente. Al Mondiale di Spagna, in Italia lo conoscevano; nel mondo impararono allora il suo nome. Lo chiamarono MaraZico, unendo in una parola Maradona e Zico. Nella finale del Bernabéu contro la Germania Ovest fu lui a guadagnare il rigore che Cabrini sbagliò nel primo tempo, e fu ancora lui, all'81', a mettere in moto il terzo gol, quello di Altobelli, dopo che Rossi e Tardelli avevano già segnato. Finì 3-1. Pelé indicò come migliore del torneo proprio quel ragazzo piccolo che tre società avevano scartato. Con la Nazionale chiuse con 47 presenze e 5 gol.

La vita, però, non concede mai il finale pulito. Il 30 maggio 1984, davanti alla sua gente, contro il Liverpool, nella serie di rigori che assegnò la Coppa dei Campioni, Conti sbagliò il suo. È il grande rimpianto della sua carriera, e di tutti noi. Quella stessa stagione, comunque, finì con una Coppa Italia, una delle cinque che ha vinto.

Una vita a Trigoria

Giocò fino al 1991, con oltre quattrocento partite e 47 gol in giallorosso. Le fonti oscillano tra 401 e 402, e a un uomo così una presenza in più o in meno non cambia niente. Il 23 maggio 1991 salutò la sua gente con una festa d'addio.

Quello che è venuto dopo è altrettanto raro. Conti è rimasto. Ha lavorato per decenni nel settore giovanile e da dirigente, è stato per pochi mesi l'allenatore della prima squadra nel 2005, portandola fino alla finale di Coppa Italia, e i suoi figli Daniele e Andrea hanno indossato la stessa maglia. È entrato nella Hall of Fame della Roma.

Il ragazzino che doveva partire per l'America non si è mai mosso, se non per quei due anni a Genova. A Nettuno lanciava verso un guantone. A Roma, per mezzo secolo, ha lanciato tutti noi un po' più lontano.

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Tutta la nostra storia

Fonti: Gli Eroi del Calcio, 13 marzo 1955 · Gli Eroi del Calcio, l'esordio del 1974 · Goal, Bruno Conti · AGI, Un gioco da ragazzi · Corriere dello Sport, l'omaggio del 2023 · FIGC, Ricorrenze azzurre · Panorama, Conti a 60 anni · Solocalcio, la finale del 1982 · Forza Italian Football, Bruno Conti · Diretta, Conti si racconta