Undici anni su assi di legno: Campo Testaccio, la casa che non c'è più
La prima casa, 1929-1940
Battevano i piedi sulle assi. Bisogna cominciare da quel rumore, che oggi si può soltanto supporre: ventimila persone che picchiano le suole sul legno mentre la Roma attacca, in un rione operaio stretto tra il Monte dei Cocci e la Piramide. In via Nicola Zabaglia uno stadio non c'è più da molto tempo. C'è il posto dove stava, e per un romanista la differenza conta meno di quanto si creda.
Quando quelle tribune furono tirate su, la Roma aveva due anni. Era nata nel 1927 dalla fusione di tre società, possedeva già un nome e una gente, le mancava soltanto un indirizzo. Glielo diede il presidente Renato Sacerdoti, quello che chiamavano il banchiere di Testaccio, e la scelta del luogo disse subito a chi sarebbe appartenuta quella squadra: a un quartiere che lavorava.
Un teatro inglese in mezzo al rione
Lo stadio aprì il 3 novembre 1929, tutto di legno, dipinto di giallo e di rosso. Il modello arrivava dall'Inghilterra, da Goodison Park, la casa dell'Everton: pianta rettangolare, circa ventimila posti, spalti così vicini al campo che il pubblico vedeva il sudore dei giocatori. Quel primo pomeriggio venne il Brescia e finì 2-1. Il primo gol lo segnò Rodolfo Volk, che da allora custodisce un primato impossibile da togliergli.
I numeri di quegli anni valgono più di molti aggettivi. In campionato, a Testaccio, la Roma giocò 161 partite: 103 vittorie, 32 pareggi, 26 sconfitte. Chi scendeva in via Zabaglia sapeva che cosa lo aspettava, e lo sapeva da prima di entrare.
Il giorno del cinque a zero
La data che il rione ha consegnato alla città è il 15 marzo 1931. Arriva la Juventus, in palio c'è la testa della classifica, e la Roma non l'ha mai battuta. Lombardo segna dopo sei minuti. Nella ripresa il punteggio diventa una sentenza: Volk, Bernardini su rigore, Fasanelli, ancora Bernardini. Cinque a zero, con Guido Masetti in porta, Attilio Ferraris in mezzo al campo e un inglese, Herbert Burgess, in panchina.
Quel pomeriggio non rimase negli almanacchi. L'anno dopo Mario Bonnard ne ricavò un film, Cinque a zero, con i veri giocatori della Roma nella parte di sé stessi, e le facce di Testaccio finirono proiettate su uno schermo. I nomi di quella squadra stanno ancora in una canzone che i romanisti si passano da novant'anni, ed è forse la forma di monumento che le si addice di più.
Il legno e l'attesa
Il legno non è materia che dura. Nel 1940 la Roma lasciò il rione per lo Stadio Nazionale, e l'ultima partita fu un'amichevole col Livorno, il 30 giugno, vinta 2-1. Poco dopo lo stadio venne giù. Su quelle assi non era stato vinto nessuno scudetto: il primo arrivò nel 1942, due anni più tardi e da un'altra parte. Eppure tutta la storia comincia lì, perché una squadra diventa di qualcuno nel luogo dove si impara ad aspettarla.
Il seguito è la cronaca di un prato. Nel 2000 il campo fu sistemato e riaperto, nel 2008 tornò all'abbandono, e poi vennero i progetti di parcheggi, gli scavi, i sigilli, le erbacce. Il rione non ha mai smesso di chiederlo indietro. Il 23 aprile 2026 l'Assemblea capitolina ha approvato una delibera sugli spazi accanto al campo, dentro il piano per recuperare tutta l'area.
Si vedrà. Davanti a quel cancello noi romanisti non abbiamo fretta: stare addosso alla propria gente e saper aspettare sono le due cose che la Roma imparò in via Zabaglia, e la seconda, in quasi un secolo, non ha mai smesso di servirle.
Fonti: Gli Eroi del Calcio, Campo Testaccio 90 anni fa · Gli Eroi del Calcio, storia dello stadio · AS Roma, l'ultima partita a Testaccio · AS Roma, Renato Sacerdoti · AS Roma, il 5-0 alla Juventus del 1931 · Gli Eroi del Calcio, 15 marzo 1931 · Calcio England, Campo Testaccio · Corriere dello Sport, Onorato sul nuovo Campo Testaccio · Wikipedia, Five to Nil
