Il gol dello zoppo: Giacomo Losi e il nome che Roma gli cucì addosso
Core de Roma
8 gennaio 1961, Roma-Sampdoria. La Roma è rimasta di fatto in nove: Guarnacci è fuori per un brutto infortunio, Losi si è fatto male a un muscolo e le sostituzioni, allora, non esistono. Chi si rompe resta in campo e si piazza in avanti, dove può dare meno fastidio ai compagni. Sul 2-2, Lojacono batte un calcio d'angolo. In area c'è un terzino che zoppica, un uomo minuto che in sei anni di Serie A non ha mai segnato. Salta. Colpisce di testa. È il 3-2, ed è il suo primo gol con la Roma.
All'epoca si chiamava il gol dello zoppo, una categoria tutta del calcio senza cambi. Quello di Giacomo Losi è rimasto il più bello che abbiamo.
Pochi giorni prima, in televisione, Walter Chiari lo aveva presentato con due parole destinate a non staccarsi più: er Core de Roma. Il racconto più diffuso lega il soprannome a quella partita e Losi stesso precisava che era nato prima, ma il punto è un altro. Quel pomeriggio il nome trovò la sua dimostrazione.
Da Soncino a Roma
Era nato il 10 settembre 1935 a Soncino, in provincia di Cremona, ai piedi di una rocca. Da ragazzino, nel 1945, portò munizioni ai partigiani che sparavano da lassù: lo raccontò lui stesso, molti anni più tardi. A quattordici anni giocava nella Soncinese, nel 1951 passò alla Cremonese, poi la Roma lo acquistò. Esordì in Serie A il 20 marzo 1955, contro l'Inter, e dalla stagione seguente quel posto non lo lasciò più.
Non sembrava fatto per il mestiere: un difensore di un metro e sessantanove, in un calcio di marcature dure. Le cronache di quegli anni ricordano la sua generosità, e a Roma è una qualità che si riconosce da lontano. Uno arrivato dalla provincia di Cremona diventò così, stagione dopo stagione, il capitano di una città che le proprie bandiere le sceglie con severità.
La fascia e la coppa
La cifra che lo racconta meglio è questa: 386 partite di campionato con la Roma, 299 con la fascia al braccio. Per decenni nessuno ha indossato quella maglia più di lui, e soltanto Francesco Totti e Daniele De Rossi sono poi riusciti a superarlo. In tutto quel tempo l'arbitro lo ammonì una volta sola, nell'ultima partita. I gol furono due. Quindici anni di tackle, di marcature, di domeniche contro i più forti d'Italia, e il suo cartellino resta quasi bianco: nessuna statistica moderna saprebbe dire meglio che cosa fosse la sua lealtà.
Con lui capitano la Roma vinse la Coppa delle Fiere 1960-61, e fu lui ad alzarla all'Olimpico nell'ottobre del 1961. Vinse due Coppe Italia, nel 1963-64 e nel 1968-69. Il campionato gli negò sempre la gioia più grande: il secondo posto del 1954-55 rimase il suo massimo. Con la Nazionale raccolse 11 presenze, giocò due partite al mondiale del Cile nel 1962 e il 13 maggio di quell'anno, a Bruxelles, portò anche la fascia azzurra.
L'ultima stagione
La fine arrivò con Helenio Herrera, nel 1968. Dopo le prime otto giornate il nuovo allenatore lo mise da parte. Losi aveva discusso spesso con lui e il suo tempo finì lì, senza cerimonie, anche se quella stessa stagione gli diede ancora una Coppa Italia. Lasciò la Roma nel 1969 e chiuse da giocatore alla Tevere Roma, in Serie D. Poi fece l'allenatore in giro per l'Italia, portò il Bari in Serie B nel 1976-77 e tornò a insegnare il calcio ai ragazzi. Nel 2012 entrò tra i primi undici della Hall of Fame giallorossa.
Se n'è andato il 4 febbraio 2024, a 88 anni. A darne la notizia fu il nipote, con parole semplici da famiglia.
Il calcio ha avuto molti capitani più famosi di lui. Pochi hanno avuto una sorte così rara: arrivare da fuori e ricevere dalla città il proprio nome. Roma non regala soprannomi per cortesia. A un ragazzo di Soncino, che su una gamba sola saltò più in alto di tutti, ha dato addirittura il suo cuore.
Fonti: AS Roma, il giorno di Roma-Sampdoria · Gli Eroi del Calcio · Corriere dello Sport · AGI · Sportface · Avvenire · Chiesa di Totti · Wikipedia
