14 giugno 1942: lo scudetto che per la prima volta scese sotto l'Appennino
Il primo scudetto
Il 14 giugno 1942 era una domenica, e l'Italia era in guerra da due anni. Molti ragazzi che avrebbero dovuto essere sugli spalti dello Stadio Nazionale stavano al fronte, lontani da tutto, e la squadra di casa era una delle poche cose che restavano uguali a prima. Quel giorno alla Roma serviva una vittoria sul Modena, già retrocesso. Con una vittoria sarebbe stata campione d'Italia per la prima volta. Quindici anni dopo le firme di via Forlì, la distanza tra un sogno e un fatto era di novanta minuti.
La classifica non concedeva distrazioni: Roma un punto sopra il Torino, due sopra il Venezia. Nessuno, tra i tifosi di allora, aveva mai visto il proprio nome in cima all'albo d'oro. Nessuno, a dire il vero, aveva visto quel titolo arrivare fin lì: lo scudetto non si era mai spinto più a sud dell'Emilia. Il campionato italiano aveva avuto fino a quel momento una geografia precisa, e a Roma era toccato sempre il ruolo di chi insegue. Secondi posti e una finale di Coppa Italia persa erano stati il bilancio del decennio precedente.
Il maestro ungherese e il fornaretto
L'uomo in panchina era Alfréd Schaffer, ungherese. Il capitano stava in porta: Guido Masetti. Davanti c'era il ragazzo su cui tutta la città aveva già imparato a contare. Amedeo Amadei era nato a Frascati il 26 luglio 1921 e lo chiamavano il Fornaretto, perché da bambino aiutava nel forno di famiglia. A quindici anni aveva esordito in Serie A, primato rimasto a lungo imbattuto, e una settimana dopo aveva segnato. In quella stagione aveva vent'anni e fece 18 gol in campionato, trascinando la squadra come fanno soltanto i ragazzi che ancora non conoscono la paura di sbagliare.
Accanto a lui c'era un gruppo pieno di storie venute da lontano. Pantò, argentino, dodici reti. Krieziu, ala albanese, sei gol e la capacità di colpire le squadre più forti, Juventus e Inter comprese. Una squadra che dal 1940 non aveva più le assi di Testaccio e che allo Stadio Nazionale stava imparando ad abitare una casa diversa.
La stagione si decise in fondo. Il 31 maggio, il 6-0 all'Ambrosiana diede alla Roma la spinta dell'ultimo tratto. Fu un finale di campionato da squadra matura, tutto il contrario del destino di eterna seconda che fino a quel momento sembrava scritto.
Due gol, una città
Contro il Modena Schaffer mandò in campo Masetti; Brunella, Andreoli; Donati, Mornese, Jacobini; Borsetti, Cappellini, Amadei, Coscia, Pantò. Undici nomi che andrebbero imparati a memoria come si impara una poesia. Il primo gol lo fece Renato Cappellini, il secondo Ermes Borsetti, e nessuno dei due era il nome più atteso. C'è una giustizia particolare nel fatto che il giorno più grande sia stato deciso da due uomini che non erano i protagonisti annunciati: lo scudetto del 1942 fu il titolo di un gruppo.
Finì 2-0. Con quella vittoria la Roma arrivò a 42 punti in trenta partite, tre più del Torino e quattro più del Venezia. Il Sud del calcio italiano, che fino ad allora aveva guardato, aveva una bandiera sul tetto.
Quello che restò
Bisogna avere pudore nel parlare di felicità in quel 1942. La guerra sarebbe durata ancora a lungo, avrebbe colpito la città e avrebbe segnato quasi ogni famiglia. Lo stesso Schaffer non vide la fine: morì nel 1945, a cinquantadue anni. Anche per questo quella domenica di giugno ha un valore che non si esaurisce nell'albo d'oro. In un tempo che toglieva quasi tutto, Roma ricevette una cosa che era soltanto sua.
Per il secondo scudetto noi romanisti avremmo aspettato quarantuno anni. Ma ogni volta che lo stemma con la lupa si è cucito addosso un tricolore, c'era già lì dietro quella prima volta, con la guerra in corso e undici uomini a dimostrare che anche Roma poteva essere campione.
Fonti: Gli Eroi del Calcio · AS Roma, 14 giugno 1942 · Wikipedia, stagione 1941-42 · Giallorossi Yorkshire · Uber Blog, Stadio Flaminio · The Anglo Italiano · AS Roma, Amedeo Amadei · Wikipedia, Alfréd Schaffer · Goal, Krieziu · Il Romanista
