L'ultimo pallone sul nostro prato: 30 maggio 1984, Roma-Liverpool
La finale di Coppa dei Campioni
L'ultimo rigore lo calciò Alan Kennedy, sul prato dell'Olimpico, davanti a quasi settantamila persone venute in gran parte per un altro finale. Il Liverpool vinse la sua quarta coppa nella casa degli altri, e da quel momento, a Roma, quella partita ha un suo modo di essere nominata: a voce bassa. Il fischio finale c'è stato, il tabellino esiste, l'albo d'oro non lascia dubbi. Una serata del genere, però, non è mai stata davvero archiviata.
La Roma non aveva mai giocato una finale di Coppa dei Campioni, e quella del 1984 si disputava a casa sua, in una città che un anno prima aveva festeggiato il secondo scudetto della propria storia. Ci era arrivata passando per il Göteborg, il CSKA Sofia e la Dinamo Berlino, fino alla semifinale con il Dundee United: 2-0 per gli scozzesi all'andata, poi il 25 aprile l'Olimpico pieno e tre gol, due di Pruzzo e un rigore di Di Bartolomei.
Di fronte c'era il Liverpool di Joe Fagan, una squadra abituata a quelle notti, con Dalglish, Rush, Souness, Hansen. Nils Liedholm doveva fare a meno di Maldera, squalificato, e di Ancelotti. Mandò in campo Tancredi, Nappi, Righetti, Bonetti, Nela, Cerezo, Falcao, Di Bartolomei, Conti, Pruzzo e Graziani.
Centoventi minuti
La partita cominciò male. Intorno al quarto d'ora un pallone sporco davanti a Tancredi finì a Phil Neal, che segnò. I romanisti protestarono per un contatto sul portiere, l'arbitro svedese Fredriksson convalidò. La Roma non si sciolse: poco prima dell'intervallo Conti mise la palla in mezzo, Pruzzo si alzò e la girò di testa alle spalle di Grobbelaar. Uno a uno.
Nella ripresa Pruzzo dovette arrendersi e uscire, al suo posto entrò Chierico. Si andò ai supplementari con le gambe sempre più pesanti, si fermò anche Cerezo e toccò a Strukelj. Il risultato non si mosse. Per la prima volta nella storia della competizione, la finale sarebbe stata decisa dai rigori.
Undici metri
Cominciò il Liverpool, e Nicol calciò alto. Sul dischetto andò il capitano. Di Bartolomei, passo corto, segnò, e per un momento la Roma fu davanti in una finale di Coppa dei Campioni, nel suo stadio. Quel momento va tenuto da parte, perché durò poco.
Neal pareggiò. Conti, campione del mondo, sbagliò. Segnarono Souness, Righetti, Rush. Quando sul dischetto andò Graziani, tra i pali Grobbelaar cominciò a tremare con le gambe, a fare il matto per distrarlo, e anche Graziani sbagliò. Poi venne il tiro di Kennedy. Finì 4-2.
Falcao quella sera non calciò. Sul perché le versioni non coincidono, e dopo tanti anni se ne discute ancora. Conti ha parlato chiaro: i rigori li hanno sbagliati lui e Graziani, e il peso se l'è preso senza girarci intorno. Noi romanisti dovremmo saperlo fare con tutti loro. Nessuno, quella sera, ha tradito niente.
Quello che resta
Al Liverpool va reso quel che gli spetta: vinse una finale in casa d'altri, con uno stadio contro, come sanno fare le grandi squadre. La Roma arrivò fino all'ultimo pallone della partita più importante d'Europa, sul suo prato, davanti alla sua gente, e nessun rimpianto cancella la misura di quel viaggio.
Dei filmati di quella notte i romanisti conoscono a memoria il finale. Il fotogramma da salvare ne precede però di pochi minuti l'epilogo, ed è quello di Agostino che prende la sua rincorsa corta e segna. Tutto quello che venne dopo è storia del Liverpool. In quel passo corto, per qualche istante, la Roma stette davanti a tutta l'Europa.
Fonti: Il Post, Quel Roma-Liverpool del 1984 · Play Up Liverpool, tabellino · The Scotsman, archivio della finale · Wikipedia, 1984 European Cup final · Gli Eroi del Calcio, 30 maggio 1984 · Goal, Roma-Liverpool 1984 · LaPresse, Bruno Conti sulla finale · Giallorossi Yorkshire, 35 anni dopo
